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15/10/2020
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Basterna

Le carrozze

La basterna
Dal Dizionario Storico – Mitologico 1824

BASTERNA: sedia a foggia di cassa da carrozza chiusa internamente e sostenuta da due stanghe flessibili, portate da due bestie da soma, l’una innanzi e l’altra all’indietro, o anche a braccia d’uomo. In questo secondo caso prende anche volgarmente il nome di Bussola o Portantina. I Romani avevano due sorta di Lettighe portatili, le forme delle quali erano diverse, e diversamente portate; cioè l’una dai muli, che si chiamava “Basterna”; e l’altra degli uomini, chiamata “Lettiga”. La basterna propriamente detta, secondo il nostro uso, è stata perfettamente descritta in un antico epigramma:
“Una basterna dorata e invetriata da ambo i lati, richiude le distinte matrone. Ella è sostenuta da due muli che a lento passo portano questa specie di gabinetto sospeso; provvidissima precauzione onde impedire che le donne maritate non siano dagli uomini che passano subornate, e tratte a malfare”.


La Basterna o lettiga, in quanto nel tempo si è generalizzato il secondo appellativo, quale mezzo di trasporto per persone che non potevano permettersi di viaggiare a cavallo per problemi fisici, rimase in uso per molti secoli anche a causa della mancanza di vere e proprie strade dove potevano transitare i carri, con la basterna era sufficiente un sentiero appena tracciato dove si transitava a piedi. La Sicilia fu probabilmente l’ultima regione d’Italia a tenerle in uso sin ai primi del 900.

Del suo uso troviamo un’interessante descrizione sul “Giglio di roccia
” rassegna di vita siciliana del 1942 di Giuseppe Collisani.


Si era ancora in pieno Settecento quando si cominciò a sperare qualche miglioramento in fatto di strade: le “trazzere” (sentieri), d’inverno si trasformavano in pantani ove uomini e bestie affondavano nel fango e d’estate erano coperte di polvere che, sollevata dal vento e dagli animali da soma, infastidiva e insudiciava i viandanti. Qualche signore teneva per proprio conto la lettiga e qualche benestante si serviva al bisogno di quella da nolo, naturalmente meno comoda ed elegante della prima, ma che rappresentava all’ora il miglior mezzo di viaggio. Nella lettiga, collocata sui basti di due muli, uno avanti e l’altro dietro, per mezzo di due aste, trovavano posto due persone, a fianco, vicino allo sportello, camminava il lettighiere che con la voce incitava gli animali; dietro, seguiva spesso una scorta a cavallo.

Il lombardo conte Rezzonico, servendosi della lettiga per una sua gita da Palermo a Segresta così sciveva:
"io mi meraviglio come potessero i muli ora inerpicarsi sull’erta di quei dirupi sassosi, ora passare a filo filo d’uno in altro solco sulla margine d’un viottolo che qual tenue cornice scorreva intorno all’inclinato piano d’un colle; e più volte per l’orrore dell’imminente pericolo rivolgeva gli occhi altrove e morivano gli sguardi miei contro la schiena cruda del monte, che quasi quasi si poteva toccare distendendo la mano, altre volte scendevo in una cupa ed oscura voragine anziché strada, la lettiga sugli omeri dei muli rimbalzante per la scossa mi faceva temer vicina una gravissima caduta. Ma veggendo che mai non ismucciava il piede a solerti animali, e più di loro fidandomi oramai, che dei condottieri vociferanti con noioso metro mi lasciava trasportare nella nobile carcere per quei luoghi e sentieri sol culti dalle bestie, e valicava intrepido valli e monti.


Come ci spiega ai primi del Novecento, Giuseppe Pitrè, era necessario essere accompagnati almeno da due persone, anch'esse a dorso di mulo, il lettighiere, affiancato alla lettiga, e il capo-redina, che precedeva il mezzo. La velocità non superava le quattro miglia all'ora (cioè meno di sei chilometri), in sostanza come a passo d'uomo, però i muli potevano reggere da otto a dieci ore di percorso al giorno, così le cose sino alla fine del 1700 e così si trovavano ancora nel 1825. I turisti stranieri dell'Ottocento conservarono tutti un ricordo molto penoso di questo modo di viaggiare e delle condizioni disastrose delle strade dell'entroterra siciliano in genere. Si può leggere ancora oggi la loro narrazione delle difficoltà dei viaggi in lettiga, accresciute dal clima, cioè in estate, dal sole a picco sul tetto dell'abitacolo, e in inverno, dal fango o da piogge tali da far straripare i fiumi e rompere i ponti, per non parlare del costante pericolo, in ogni stagione, in corrispondenza di certi tratti insidiosi della strada, di venire rapinati dai briganti.

Il progressivo ampliamento di strade carrozzabili portò ad una primitiva evoluzione della lettiga decretandone la fine del suo utilizzo.

Sedia da viaggio
Museo "Carlo Gnecchi Ruscone"

Wolfgang Goethe nel suo scritto: Ricordi di viaggio in Italia nel 1786/87 scriveva:
“Col vetturino si viaggia male, ed i tratti migliori di strada sono ancora quelli ne quali lo si segue a piedi. Da Ferrara in qua ho fatto buona parte del viaggio a questo modo. Quest’Italia cotanto privilegiata dalla natura, è rimasta l’ultimo paese del mondo nelle cose meccaniche e tecniche, le quali procacciano vita facile, e comoda. Il legno dei vetturini, la sedia come qui la chiamano, è fuor di dubbio una modificazione dell’antica lettiga, nella quale si facevano trasportare un tempo dai muli le donne, i vecchi, ed i personaggi distinti. A vece del mulo, che stava a tergo, il quale ora si attacca di fianco all’altro, ad una delle due barre che sostengono la lettiga; si sottoposero a questa due ruote, e tutto fu detto; non si pensò ad altra miglioria. Si continua ad essere scosso, balestrato, dondolato, in avanti, addietro, a destra, a sinistra, come da secoli e secoli”.

Fu questo il primo passaggio dalla Basterna o Lettiga alle prime rudimentali sedie da viaggio che andarono progressivamente migliorandosi nel corso dei tempi.

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