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29/11/2020
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Caltanisetta

Cavalli

CONCORSI AGRARI REGIONALI
N. 13.  ANNO 1879.
CONCORSO DI CALTANISSETTA
Considerazioni sulla razza equina
sicula in generale.


Dal dì 1° al dì 15 di settembre 1879, fu tenuto in Caltanissetta il secondo concorso agrario per la Sicilia. L'esposizione degli animali durò dal 1° al 5 settembre. Il capoluogo, ossia la città di Caltanissetta, occupa press'a poco il centro del territorio provinciale, che trovasi separato da quello delle contermini provincie di Siracusa, di Catania, di Palermo e di Girgenti mercè una linea molto irregolare e tortuosa. Il mare affricano ne bagna a mezzogiorno l'estremo limite tra i fiumi Salso e Diritto, e il Monte Campanaro ne segna a nord l'ultimo confine.

Riandando alla Storia della Sicilia, senza tener conto dell'epoca oscura e favolosa, si riscontra che essa subì varie dominazioni, cioè la Greca, Cartaginese, Romana, Greco-Romana, Normanna, Sveva ed Angioina, Aragonese, Castigliana, ecc.
Quasi tutte queste dominazioni diedero luogo ad una importazione di cavalli nell’isola, da formare delle numerose razze, le quali raggiusero il maximum della perfezione in molte epoche, ed ebbero la loro decadenza in altre. La razza equina sicula perciò a origine, nella massima parte, da nobil sangue orientale, che si è trasmesso per moltissime generazioni, ed ancora si conserva nella popolazione cavallina attuale.
La esistenza di sì nobil sangue si riscontra ora nei cavalli siciliani, non nelle forme estetiche, non nelle prove di gran slancio, come rapidità nel correre, salti di ostacoli, ecc., e ciò perchè lo scheletro del detto cavallo è stato abbandonato da secoli a se stesso; ma l'esistenza ancora del nobil sangue si riscontra nella grande resistenza al lavoro, nella forza, nella sobrietà, nella sanità, nella docilità, nel coraggio ed in quanto altro si può desiderare in un ottimo cavallo da servizio.


I caratteri osteologici del cranio e dello scheletro in generale si riscontrano ancora nel cavallo siciliano qual proveniente da stirpe nobile orientale; come anche si sono conservati i caratteri secondari, cioè pelo soffice e lucido, cute sottile, crini serici, occhio vivace intelligente ed espressivo, vasi sanguigni pieni ed apparescenti, tendini forti come l'acciaio: anche il suo temperamento è, il sanguigno nervoso, e le attitudini si rapportano sempre al tipo orientale.
Questo cavallo dotato di tante buone qualità, dal profano è dichiarato una rozza, perchè lo trova corto di collo, con groppa cadente e con altri difetti, da non potere con esso andare a correre su di un ippodromo, caracollare in una pubblica passeggiata e farne oggetto di lusso, attaccandolo in pariglie, quadriglie ed in altri modi bizzarri.
Il possidente però, che vive nell'interno dell'isola, apprezza il suo cavallo indigeno, perchè lo porta sano e salvo di giorno e di notte da un paese all'altro, abbenchè debba affrontare i raggi solari estivi e le intemperie dello inverno; con esso valica monti su terreni petrosi, fangosi e disuguali, guada fiumi, passa torrenti e va dappertutto.
Il contadino ama il suo cavallo siciliano per le medesime ragioni, ed anche perchè è volenteroso a portar la soma, spingere l'aratro, tirare il carro e per tutti i servizi campestri, senza molta cura e riguardi.
Il carrettiere tiene in conto il suo cavallo indigeno, perchè carica sul suo carro salme tre di orzo, pari a kg. 630, e percorre km. 36 al giorno in media, per passare da una provincia all'altra. Egli non dà al suo cavallo altra razione, che poco orzo, chili 2 al giorno, e 4 chili di crusca con paglia, lasciandolo in piedi dopo la tappa, e senza lettiera fino al giorno seguente ed alla nuova partenza.


Gli appaltatori di posta si servono dei cavalli siciliani, perchè tre di essi spostano una carrozza del peso di quintali 10 con 14 e più passeggieri e col corrispondente bagaglio: la tirano al trotto serrato percorrendo da 24 a 30 e fino a 36 kilometri, sotto la pioggia o la sferza solare, su strade ondulate, piene di fango, fosse e ghiaia. Giunti al rilievo postale, questi valorosi e fedeli servitori dell'uomo, restano abbandonati colà senza assistenza e senza lettiera, su petroso suolo, pronti il dì seguente a ripetere lo stesso servizio.
E da notare che in Francia i cavalli della società degli omnibus fanno un servizio inferiore al suindicato, ed oltre tutte le cure che ricevono, cioè governo della mano, buone scuderie, lettiera ecc., consumano giornalmente una razione così composta, fieno chili 3,750, paglia 3,500, avena chili 4,000, crusca grammi 200, fave chili 2,500 e granturco chili 7,500.
Ora se i cavalli siciliani, relativamente alla loro mole, ricevessero una razione giornaliera abbondante e nutriente, e quelle cure che l'uomo sarebbe in dovere di prodigar loro, di che essi sarebbero capaci?

Il cocchiere da nolo in città attacca il suo cavallo siciliano all'alba e lo distacca la sera, percorrendo per lungo e per largo la città, su duro terreno lastricato, dando allo stesso la razione che danno i carrettieri e gli nega anche la lettiera, che pur gli sarebbe tanto necessaria al riposo.
Il milite a cavallo, oggi guardia di pubblica sicurezza a cavallo, preferisce il suo cavallo siciliano a qualunque altro, perchè con esso va sulla vetta dei monti ad inseguire l'assassino: scende nel cupo fondo di una valle; passa sul sentiero il più difficile e pericoloso; affronta intemperie di ogni sorta, costeggia per lunghi kilometri e passa diverse volte a guado un torrente, ed il detto suo animale, che gli rende tanto servizio, non gli consuma che pochi centesimi al giorno di razione di foraggio, nè gli arreca spesa di lettiera, standone senza.

Anche il brigante tenne in conto il suo cavallo siciliano. Con esso sfuggì per lungo tempo alle ricerche della giustizia; disparve allo inseguimento del carabiniere, anche a cavallo, con cavallo del continente, e faceva sentire, a guisa di eco, la sua presenza in altra opposta lontanissima località in breve tempo, col mezzo del suo resistente animale.
S'inoltrò nei più folti boschi, percorse i più aspri e difficili passaggi e tenne questo suo animale nelle medesime sue sventurate condizioni, senza tetto, senza cure e molte volte senza alimento.
I cavalli del reggimento Cacciatori a cavallo, della cavalleria napoletana, tutti siciliani perchè il reggimento fu formato e si rimontava annualmente in Sicilia, lasciarono i quartieri nell'aprile 1860, percorsero le Calabrie, fecero tutta la campagna del 1860, stettero nella piazza di Gaeta durante l'intero assedio, e ne uscirono marasmatici, ma vivi però, senza crini e senza code, avendoseli mangiati reciprocamente per attutire la fame.
Si potrebbero citare tanti altri esempi per constatare quanto è utile ancora il cavallo siciliano; basta chiudere questo periodo ricordando a tutti gli allevatori: Che sempre quando un signore deve uscire fuori le porte della città, cerca cavalli resistenti al servizio, e non fa attaccare alla sua carrozza cavalli inglesi, francesi, prussiani ecc., ma domanda sempre uno o più cavallucci siciliani, essendo sicuro che con essi può andare alla montagna, alla pianura ed ovunque, in tutte le stagioni, senza che i detti cavalli soffrano dànno dal sole, dalla pioggia, dagli insetti, dalle mosche, dalla fatica e da qualunque altra peripezia.
Come si è premesso, all'occhio del profano il cavallo siciliano è una rozza, che non può servire ai capricci della moda ed alle bizzarrie. All'occhio però sapiente del zoologo, del zootecnico, all'occhio solerte del Governo non sfuggono tutte le qualità reali, positive, utili che possiede ancora un tal cavallo.

La Commissione quindi raccomanda a tutti gli allevatori di tenere in gran conto la propria razza cavallina di questa ferace terra, e cercare di ridare ad essa quelle bellezze estetiche e qualità che possedevano una volta i suoi agrigentini antenati; cioè attitudine e sveltezza nelle veloci corse, potenza ed elasticità nel passaggio degli ostacoli e grazia ed espressione nelle pompe.
Per raggiungere tale desiderato scopo i mezzi sono tre;
1° Preferire quelle madri indigene che riuniscono maggiori requisiti per la riproduzione, e che non siano imbastardite con altro sangue non siciliano.
2° lncrociarle con stalloni orientali di preferenza, perchè l'orientale è il solo puro sangue dotato di potenza ereditaria remotissima; di conformazione, temperamento, statura ed attitudini affini ed omogenei con le cavalle siciliane; e perchè le condizioni climatologiche e telluriche dell'isola permettono a tale stallone che non subisca delle rimarchevoli modificazioni, e che queste modificazioni non si riscontrino con maggior forza nella produzione, la quale trarrà dal suo riproduttore tutte le bontà cancellando i difetti materni.
Con lo stallone orientale in Sicilia si mantiene anche la media statura nella razza indigena; statura della quale bisogna tenere serio conto, poichè se la medesima si eleva artificialmente di molto, andrà a detrimento di tutte le altre qualità della struttura del corpo del detto cavallo, il quale non potrà più ben servire nei montuosi luoghi dell'isola.
Infine lo stallone orientale è da preferirsi per lo incrociamento con le cavalle siciliane (originarie orientali) perchè riunisce in se tutto quanto può, e deve, zoologicamente e zootecnicamente concorrere al miglioramento della razza cavallina sicula, cioè: Eredità individuale, eredità di razza o atavismo, legge di reversione, legge dei simili e condizioni di adattamento locale.
Qualora gli allevatori vorranno tenere delle razze per determinato servizio, essi potranno valersi utilmente del p/s inglese, ma dovranno ben ricordarsi che le loro razze prodotte per prosperare vogliono essere circondate di cure eccezionali e continue; è necessario perpetuare ad esse tutti quei mezzi che valsero a dar loro vita, e non già abbandonarle alla pastura libera permanente tutto l'anno, senza ricoveri e molte volte senza alimento.
Il p/s inglese dovrà essere incrociato con cavalle, che per statura e forme abbiano della omogeneità con l'incrociatore. Da tali incroci e razionale allevamento si avranno buoni cavalli, i quali se si scosteranno dal tipo regionale dell'isola e non potranno essere atti a servizii diversi nei luoghi interni della medesima, saranno sempre pregevoli pel servizio di città, per lusso e per formarne oggetto di commercio.
3° Il terzo fattore indispensabile per perfezionare la razza sicula, è quello comune a tutte le razze, cioè un buono allevamento, il quale deve avere origine fin dai primi giorni che i prodotti nascono, dando alle madri un buon nutrimento, ricco di fosfato calcareo, per lo sviluppo delle ossa del puledro nel primo e principale periodo di accrescimento della vita, e così di seguito nutrirlo bene fino al compiuto suo sviluppo. Lasciare i puledri nei primi anni di vita, cioè fino al secondo o terzo anno, al pascolo permanente, ove solo in primavera possono trovare buoni erbaggi e tutto il resto dell'anno farli diventare quasi marasmatici per mancanza di alimenti, è un errore gravissimo. Mancando ai puledri alimenti azotati nel detto periodo di vita, i loro solidi saranno sempre deboli, lo sviluppo resta tarpato e la conformazione in generale dello scheletro si altera. Nè vale riparare a tale errore ritirando i puledri ad anni tre e dare loro lauta razione in scuderia: i danni verificatisi resteranno sempre.
Altro errore gravissimo è il tenere i puledri dall'epoca della loro nascita fino al 3° anno di età al pascolo permanente, in luoghi bassi, paludosi, detti pantani, ove si spera di ben nutrire i medesimi con le erbe palustri che nascono in quei pestiferi luoghi, ove si raccolgono le acque e stagnano. Lo allevatore si lusinga che i suoi prodotti non mancano di nutrizione, e ritiene di bene allevare. Quelle erbe grossolane, acquose, che contengono pochi principii eccitanti, danno pochi principii chilosi e dispongono gli animali al temperamento linfatico.
A tutto ciò si unisca la influenza dell'aria calda umida di detti luoghi bassi, la quale dilata e debilita i tessuti, diminuisce la traspirazione cutanea e polmonale, dal che deriva che gli organi sono nutriti da un sangue poco eccitante. Ritirati tali puledri in scuderia al 3° anno di età sembrano già sviluppati, ed il proprietario dando loro una nutrizione abbondante li mette al lavoro. Appena poco servizio prestato, i tessuti dei riferiti animali vengono meno, e si osservano negli arti vesciconi, cappelletti, lupie, mollette, sparagagni, schinelle, ed altri guasti di simil genere.


La Commissione perciò raccomanda caldamente ai signori allevatori di tenere in seria considerazione questi fatti, previsti dalla scienza e dalla pratica esperienza.
Oltre di procurare una buona nutrizione ai puledri in località adatte, sono ad essi anche necessari i ricoveri nel forte inverno e nella cocente estate. Per gli animali che vivono alla pastura libera permanente, basteranno dei capannoni da ricoverarli, facendo trovare in essi del buon fieno ed anche un poco di orzo possibilmente.
Per quelli alla stabulazione mista, o permanente, bisogna badare che i ricoveri siano bene aerati, non umidi nè caldi, per evitare i funesti effetti delle cattive condizioni atmosferiche. Gli animali allevati alla stabulazione permanente hanno bisogno di un lavoro moderato, ed in rapporto alla loro età e nutrizione, per ben mantenere l'armonia e la sanità vitale.
Finalmente la Commissione si rivolge al Governo sottomettendogli che una popolazione equina (solo cavallina) di 57,222 capi, che vive su 29,000 chilometri quadrati di territorio, appartenente a 29,852 proprietarii della Sicilia, e che possiede ancora pregi rimarchevoli, si aspetta sempre più tutte le cure del Governo stesso, oltre di quelle di già prodigatele col mezzo del Deposito stalloni impiantato da 14 anni nell'isola.
La Commissione perciò fa voti al Governo, onde incoraggi indiretta mente gli allevatori col rendere rimuneratrice la loro industria cavallina.


 
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